La storia del Bagutta

Ha quasi ottantacinque anni, ma non li dimostra e forse anche per questa ragione è sempre BAGUTTA, vale a dire la trattoria più trattoria e il ristorante più ristorante di Milano: semplice, vero, intimo, casalingo e diverso e, per tutte queste ragioni, frequentato da scrittori, pittori, editori, grandi sarti, indossatrici, attori, attrici, cantanti, direttori di aziende, poeti, businessmen di tutti i paesi del mondo, medici, fotografi, giornalisti, avvocati, ingegneri, cavalieri del lavoro, politici...
Se dovessimo citare i nomi di tutti coloro che sono sfilati o sfilano ogni giorno fra le pareti da Bagutta non basterebbero certo le pagine di questo libretto. Ma perché si va a mangiare da Bagutta? Perchè in questa trattoria, ove è stato istituito il primo premio letterario italiano. Oggi in Italia se ne assegnano ogni anno più di mille ma tutti sono nati dopo Bagutta. Si mangia bene, perché ci si trova in un ambiente davvero unico e accattivante nella sua originalità
e infine perché ci si sente a casa propria.
Riuscire a comunicare questa impressione e far veramente sentire ciascuno a casa propria è infine il più grande pregio del locale aperto nel 1924 davanti al quale una mattina passò lo scrittore Riccardo Bacchelli che attratto dalla fronda messavi come insegna, un antico e semplice paesano richiamo, vi si fermò a mangiare.

Rimasto soddisfatto continuò a recarvici conducendovi ogni tanto i suoi amici i quali, dato che vi si mangiava davvero bene e si spendeva poco, ne diventarono assidui clienti. Fu così che quel piccolo locale aperto da Alberto Pepori da Galleno, frazione di Fucecchio, diventò - s' era già nel 1926 - il luogo di ritrovo di scrittori pittori e giornalisti. Costoro una sera decisero per gioco di multarsi fra loro.
Da allora chi arrivava in ritardo, chi faceva un'assenza o chi ne disertava la tavola per stare con un'amica pagava una ammenda. Una sera Orio Vergani, un giornalista allora già noto, ma che sarebbe poi diventato notissimo e famoso, disse: "Va bene, io pago la mia multa, ma perché non mettiamo via questi soldi e destiniamo poi il gruzzolo a un fondo da destinarsi all'autore del libro che a noi piacerà di più?". Lo stesso Vergani, rievocando la fondazione del Premio, il primo - ripetiamo - d' Italia, scrisse in un articolo (ripubblicato sul Corriere d'informazione del 15 gennaio 1977). Tirammo fuori cento lire a testa. Il Bagutta nacque su un piatto di grossa porcellana, di quelli che si usano nelle trattorie e vengono considerati se non proprio infrangibili, difficili da scheggiarsi negli acquai. Adesso che è passato tanto tempo piacerebbe poter dire che è nato su un piattino di stagno di quelli che ai suonatori ambulanti servono per raccogliere le offerte. In quel piatto furono depositate mille e cento lire che costituirono il fondo iniziale, il primo peculio. Da allora per molti anni i baguttiani provvidero personalmente alla raccolta dei fondi .... Ma quando e come venne l'idea del Premio? Per l'esattezza la sera dell'undici novembre 1926. Un altro illustre giornalista, Paolo Monelli, scrisse: laqnò. Tra bicchieri pieni, mezzi vuoti, su un pezzo di carta da droghiere fu scritto il regolamento del primo premio letterario d'Italia. Dei giudici uno solo era astemio. (Civiltà del bere, novembre 1974).




LE LISTE


Quella stessa sera il pittore Mario Vellani Marchi, uno dei fondatori, dipingeva sul retro di una gialla lista del locale le caricature di alcuni giudici mentre istituivano il Premio. Da allora, come già detto, son passati quasi settant' anni, molti dei suoi fondatori sono scomparsi, ma il Premio è vivo e vegeto e le 'liste' non si contano. Infatti, quando i baguttiani decisero di fare 'cene di gala' in onore di qualcuno distintosi in modo particolare, esempio fra i tanti: Toscanini e De Sabata, Coppi e Wanda Osiris... a Vellani Marchi toccò immortalare il personaggio in 'menu' allegorici firmati da tutti i presenti. Ora sono centosettanta e tappezzano molte pareti delle storiche salette. Di Mario Vellani Marchi (Modena 1985 - Milano 1980) tracciò un magistrale ritratto il grande scrittore Dino Buzzati. "C'è bisogno di dire in che cosa consistono i "menù" di Vellani Marchi? Tutte le volte che si dava un premio, o qualche celebre personaggio cenava al tavolo d'onore della trattoria, o si festeggiava uno scrittore o un artista per un libro, per una mostra, per un successo teatrale, la ospitalità dei baguttiani trovava un elegante e lusinghiero suggello in un disegno a colori di Vellani Marchi, firmato da tutti i presenti.

Con inesauribile fantasia, questo bravissimo artista riusciva ogni volta a cucinare il 'festeggiato' in una salsa davvero nuova e sorprendente. La somiglianza dei personaggi raffigurati, il garbo della caricatura, lo spirito con cui la loro ratità, il garbo della caricatura, lo spirito con cui la loro specifica attività e le opere vengono evocate in simboli, il gusto dei colori, fanno di questi quadretti occasionali delle graziosissime opere d'arte. Per Vellani Marchi era, più che altro, un gioco. Ma da questo gioco è venuta fuori una galleria di ritratti per cui molti collezionisti pagherebbero fior di milioni. E vi si può leggere la storia delle lettere e delle arti italiane degli ultimi 30 anni: scrittori, pittori, scultori, architetti, musicisti, attori, danzatori, scenografi sono tutti presenti. Si comincia con Bacchelli e si arriva a Ingrid Bergman... (l'ultimo fu Abbado, n.d.r.). Riempito che fu lo spazio disponibile nella sala riservata ai "baguttiani", i "menu" di Vellani Marchi cominciarono a straripare nei locali adiacenti. Oggi tutta la trattoria ne è amabilmente decorata.

L'ingresso è gratuito. Chi non li conosce, vada a vederli sul posto. Si renderà conto come anche nel cuore di una città fatta di commerci ed officine, l' amicizia, la solidarietà, l'intelligenza, lo spirito di un piccolo gruppo di artisti possano tenere in vita un costume di gentile, nobile e onesta civiltà" (Corriere d' Informazione, 17 marzo 1956).
La fortunata serie delle liste fu aperta dal maestro Ugo Pedrollo dopo la rappresentazione della sua opera "Delitto e castigo" (Scala, nov. 1926). Particolarissimo rilievo ebbero le serate in onore di Riccardo Bacchelli per l'uscita del romanzo "Il Diavolo a Pontelungo", quella dedicata a Vergani per celebrare la comparsa di due libri, uno a pochi giorni dall'altro, e cioè "Le soste del capogiro" e "Fantocci del carosello immobile", e quella per Ugo Ojetti, allora direttore del "Corriere della Sera". In quelle occasioni Bagutta vi riuniti intorno ai suoi tavoli i maggiori esponenti delle lettere, delle arti e del giornalismo non soltanto milanese, ma italiano. Insomma col passare degli anni Bagutta diventò sinonimo di arte, cultura e letteratura che, ora si dice, vengano anche servite a tavola...

Nell'aria, si aggiunge, oltre che di cucina c'è profumo di poesia. Probabile: in un intingolo o in un piatto ben cucinato ce n'è sempre.
Comunque in questa trattoria si respira aria di letteratura, con tutti i suoi limiti, ma anche senza misti- ficazioni di alcun genere. Che, ad esempio, la giuria non abbia mai delegato alcun suo potere ad altri, come hanno fatto in nome della democrazia tanti premi (il che porta poi a giudicare opere secondo criteri occasionali e non legati al valore intrinseco dei libri in gara), è un altro fatto che dà fiducia in Bagutta.

Sul piano della cultura ci si fida, come chi siede a tavola si fida dei Pepori, del gusto dei giudici, cioè degli scrittori, critici, pittori e giornalisti che fànno parte della giuria. Premio nazionale, ma anche squisitamente cittadino, non si àvvale di scenari grandiosi od eccezionali come "il Campiello" (Palazzo Ducale a Venezia) o "lo Strega" (Villa del Ninfeo a Valle Giulia a Roma). Viene assegnato fra i tavoli in un momento di pausa dei giorni di lavoro, con molta semplicità. Per questo continua da tanti anni e, superata la boa del mezzo secolo prima e poi quella dei Sessanta, prosegue.


IL PREMIO


Dal 1927 il "Premio Bagutta" viene assegnato ogni anno. Solo dal 1937 al 1947 non fu concesso. Naturalmente, dopo sorsero molti altri premi. Oggi in Italia sono oltre 1.300 i premi letterari: tutti sono venuti da e dopo Bagutta. Premio aristocratico, assegnato d' inverno e non quando si assegnano tutti gli altri in Italia, cioè durante l'estate, non ha ufficio stampa, bandi di concorso, limitazioni di generi letterari e tanto meno un regolamento. Il Bagutta è andato a saggi, romanzi, racconti, poesie, libri di memorie e anche una antologia di traduzioni. E' l'unico premio rimasto indipendente da pressioni editoriali e vive perché è semplice e stravagante, e non monopolizzato da 'addetti ai lavori'.

Non ha nemmeno ha una complicata macchina elettorale. Ha solo, ripetiamo, la semplicità. Esaltata e celebrata da tutti i cronisti che nel corso degli anni se ne sono occupati, questa semplicità è davvero la qualità più preziosa del Bagutta assegnato in pieno inverno - ha scritto il giornalista Giulio Nascimbeni - quando Milano ha la nebbia o la neve e la piccola via parallela alla Montenapoleone consente qualche rapido transito di fantasmi da Panzini a Pirandello, a Baldini, a Marotta e tanti altri celebri e meno celebri, venuti nel tempo a cenare sotto i disegni conviviali di Mario Vellani Marchi" (Corriere Informaz. 15-1-1977). Poi il Bagutta è sempre giovane. Ogni anno la sua assegnazione è seguita da tutta la stampa italiana e in particolare da quella di Milano. Su 'La Notte', 'Il Giorno', 'Il Corriere' e 'Il Giomale Nuovo' si parla assai del 'Bagutta'. Il che torna a onore soprattutto dei Giudici che tengono vivo questo premio e lo presentano ogni anno carico di ricca e vitale incertezza.


DA 5.000 A 100.000 A...

E' sempre stata molto varia la consistenza del Premio. Nel 1927 era di cinquemila lire. Nel dopo- guerra i laureati da Bagutta ne ricevettero centomila. Anche oggi a tanto ammonta l'assegno del Premio per il vincitore più cinque milioni di "contingenza" o "caro- vita" e una targa d'oro del "Banco Lariano". A tutto ciò si deve aggiungere che gli eredi dell' industriale Giovanni Falck dal 1977 provvedono - iniziativa molto apprezzata - a far avere a tutte le biblioteche della Lombardia, Friuli, Venezia Giulia e della regione dove è nato il vincitore una copia del libro premiato. Nato molti anni dopo il "Goncourt" e il "Foemina", assegnati a Parigi rispettivamente dal 1903 e dal 1904, il Bagutta dà all'autore molto prestigio e soprattutto gli fa vendere molte copie. Come appunto era nelle intenzioni dei fondatori i quali, non lo si deve dimenticare, organizzarono una colletta frà loro per poter dare le prime cinquemila lire ad Angioletti. Tremilanovecento infatti le diede Alberto Pepori e le altre millecento (cento lire a testa: Nicodemi non le aveva in tasca e le portò il giorno dopo) le versarono gli undici i quali non immaginavano certo che più di mezzo secolo dopo il Bagutta sarebbe stato ancora vivo, vitale e soprattutto giovane. Merito questo di tutti i Giudici.

 

I GIUDICI

Dalla sua fondazione a oggi molti sono stati i Giudici del Premio. I primi furono Riccardo Bacchelli (nominato per acclamazione "presidente a vita"), Mario Alessandrini, Luigi Bonelli, Adolfo Franci, Paolo Monelli, Antonio Nicodemi, Antonio Scarpa, Ottavio Steffenini, Mario Vellani Marchi, Antonio Veretti e Orio Vergani con qualifica di "primo giudice". Sono passati molti anni da quel lontano undici novembre 1926, ma il gruppetto di Giudici, anche se quasi tutti i suoi membri fondatore sono scomparsi, ha conservato intatto lo spirito che diede vita al Premio. Non è mai stato - un compito facile quello di Giudice del Bagutta e lo dimostra il fatto che nel corso degli anni lasciarono talora per sopravvenuti impegni, ma più spesso per divergenze ideali, polemiche e contrasti letterari, quell'incarico ad altri. Lo stesso Bacchelli "Presidente a vita" lasciò a un certo punto quella carica e per diversi anni si tenne lontano da Bagutta. Inutile sottolineare che ogni distacco fu sempre il segno di una crisi da cui Bagutta, nei suoi quasi ottantacinque anni di vita, non fu certo indenne.

La più grave comunque il Premio la visse quando venne improvvisamente a mancare Orio Vergani. Era il sei aprile 1960. Furono allora molti i Giudici che pensarono di abbandonare mentre molti giornali scrivevano che senza quel "Primo Giudice" non ci potevano essere ancora premio e Bagutta. Una tesi più dettata dallo sconforto che da un esame obiettivo della situazione. Infatti dopo una serie di colloqui e riunioni, la sera del nove aprile 1960 i Giudici riuniti al vecchio tavolo, decidevano all'unanimità che tutto sarebbe continuato "come prima". Presidente "pro tempore" veniva nominato G. Titta Rosa e quindi il 12 maggio successivo veniva assegnato il Venticinquesimo premio, il primo dopo la scomparsa di Vergani. Vanno seguente Bacchelli su invito unanime della Giuria ed esaudendo il desiderio del neogiudice Guido Vergani, ritornava alla presidenza. Anni dopo la cedeva a Giansiro Ferrata, poi a Mario Soldati.



I PRIMI ANNI

Nessuno meglio di Orio Vergani descrisse i primi tempi del "Bagutta" e della trattoria. Stralciamo sempre dall'oramai storico pezzo, ripubblicato il 15 gennaio del '77 dal Corriere d'Informazione, alcuni brani: « Per molti anni i baguttiani provvidero personalmente alla raccolta dei fondi e, nel caso del "Giorno del giudizio" di G.B. Angioletti, primo vincitore del premio, provvidero anche a stampare a proprie spese il volume. Vendevano libri rari, autografi, quadri e disegni. Alle aste di Bagutta si facevano, fra un bicchiere di Chianti e l'altro, ottimi affari. Una sera un notissimo industriale del panettone acquistò una tempera di Amedeo Modigliani per 750 lire... Una sera furono messi all'asta i baci del transvolatore atlantico Arturo Ferrarin, pagati in media 25-30 lire l'uno. Una ragazza sconosciuta ne pagò uno cento lire, chiedendo d'essere baciata solamente sulla fronte e subito dopo scomparve. Si seppe, più tardi, che era un'ospite, in libera uscita, di una casa chiusa...

Si potrebbe dire che il resto della nostra piccola storia appartiene, ormai, alla cronaca della vita letteraria italiana. Nessun vecchio cenacolo parigino - fra quelli che avevano il loro punto di incontro alla Closerie des Lillas, alla Coupole, al Café du Dóme o, nella stagione esistenzialista, al Café de Flore e alla Brasserie Lipp - ha
avuto una così lunga vita. Lo si deve probabilmente al fatto che Bagutta, pur avendo visto alla sua tavola quasi tutti i maggiori scrittori italiani, non è mai stata una scuola di letteratura, né ha mai voluto affermareuna determinata tendenza, né imporre gusti e maestri. Questo ha permesso la lunga concordia di chi, per esempio, premiava un anno il "rondista" Cardarelli e, poco dopo, il giornalista Silvio Negro. I Giudici - lettori non hanno badatcí altro che alla buona qualità dei libri. I grandi vinti di Bagutta, che si permise di "bocciare" scrittori come Palazzeschi (gli fu preferito Gadda), Moretti e Stuparich, sapevano che i voti contrari nascevano dallo spirito di una discussione libera e affettuosa. Noi, non vogliamo essere considerati i "garibaldini" dei premi letterari... Ci basta si sappia che, in tanti anni, la nostra volontà fu tutta disinteressata: abbiamo gridato, scritto, concionato ai tavoli della vecchia trattoria solo per potere, ogni anno, consacrare con un piccolo premio, una nuova simpatia e una nuova stima».


LOCALE STORICO E MUSEO

Bagutta non è soltanto una trattoria o un ristorante famoso, ma un piccolo museo "sui generis". Quando pochi anni fa a Milano se ne temette per ragioni diverse la chiusura ( i proprietari dell'edificio volevano destinare i locali ad altro uso) tutti i giornali (e per primo "Il Giornale" di Indro Montanelli) settimanali, radio, TV si sollevarono dichiarando che era "un centro di preminente interesse storico culturale". Riconoscimento espresso anni più tardi, esattamente il 20 dicembre 1989, dal Decreto 961 del Ministero dei Beni Culturali che, visto il decreto del 5 maggio 1982 che già riconosceva l'interesse particolarmente importante dell'edificio, considerato che vi è ubicato un ristorante che è un punto di riferimento della cultura milanese nazionale e internazionale coagulando intorno all'esercizio della tradizionale cucina toscana una universalità di artisti e letterati italiani e stranieri, che vi è conservata una serie di opere, disegni, affreschi, sculture importanti, che vi si riunisce la giuria del Premio Letterario Bagutta, che il premio ha visto tra i vincitori i maggiori scrittori italiani secondo una sequenza pluridecennale, decretava, visti gli articoli 1, 2, 3, 5, 7 e 11 della Legge 1 giugno 1939, n. 1089 di riconoscere l'interesse particolarmente importante dell'antico esercizio denominato Ristorante Bagutta e quindi da ritenerlo sottoposto a tutte le disposizioni di tutela contenute nella legge stessa.

Tutto sommato Bagutta ha sempre saputo un poco di essere un locale storico. "Ufficialmente" lo apprese, quando nel 1984 a Parigi fu presentata una mostra dei locali più rappresentativi d'Italia. Allora seppe di essere in compagnia al Savini e al Camparino di Milano, al Florian di Venezia (tra i suoi clienti: Byron, Foscolo, Gozzi, Parini, Mann ... ) del Baldi a Genova (Garibaldi vi bevve l'ultimo bicchiere prima di imbarcarsi per la spedizione dei Mille che doveva ricongiungere il Sud all'Italia) del Danieli, della Colomba di Venezia, del Caffè Greco di Roma e del "Charleston Mazzara" di Palermo, del Margherita di Viareggio, del Pedrocchi di Padova e pochi altri ancora. Questo suo esser locale eccellente o, come hanno scritto tanti giornali "fiore all'occhiello di una città come Milano" ha accentuato forse la semplicità signorile cordiale e nello stesso tempo dégagée della sua accoglienza.

I PITTORI DI BAGUTTA

Bagutta non è un punto di riferimento solo per scrittori, letterati e operatori dell'industria editoriale, ma anche per molti pittori e in genere per la pittura italiana contemporanea. Se ne ebbe la dimostrazione nel 1978 quando a Villa Simes, l'ex favolosa villa Contarini a Piazzola del Brenta fu organizzata una mostra dei "pittori di Bagutta". Dei suoi fondatori ce n'erano per ragioni anagrafiche come osservarono tanti critici, ben pochi, ma vivo però era ancora il loro spirito. Questi pittori di Bagutta, legati alla "scuola di Burano" ove usavano trascorrere, o con Pio Semeghini, o in casa del "pittore francescano di stelle ed acque" Umberto Moggiòli, lunghi mesi di silenzio e lavoro accanto ad amici scrittori quali Diego Valeri e Giovanni Comisso, non ebbero fra loro in comune solo il fatto di ritrovarsi tutte le sere o due tre volte la settimana ai tavoli della stessa trattoria nel paesello veneto o a Milano (Bagutta) oppure di avere insieme scoperto e dipinto Burano e di aver legato la nebbia della capitale lombarda ai grigiori della laguna, ma soprattutto di aver fermato in una identica atmosfera momenti di felicità, di verità e arte assoluti. I loro nomi? Sono moltissimi. Fra loro si devono annoverare quelli di Steffenini, Bucci, Barbieri, Labò, Arata, Monti, Salietti, Tallone, Enzo Morelli, Novello, Vellani Marchi, Palazzi, Leonardo Borgese, Gigiotti Zanini, Colognese, Vagnetti, Semeghini, Spilimbergo, Cavallet, Lilloni e tanti altri tutti uniti da quello "spirito di Bagutta" che legò e lega tuttora saldamente fra loro tanti artisti sensibilissimi e anticonformisti, capaci di starsene lontani da tutti gli "ismi" e tutte le mode. Una cosa che si paga a sempre caro. Non è facile esser se stessi nella più assoluta semplicità.


I PEPORI

Questa dote è sempre stata appannaggio dei proprietari. Enzo, il più vecchio dei fratelli Pepori, in una intervista alla Gazzetta Ticinese di Lugano (11 nov. '79) rievocò così le origini del locale. "Era una casa modesta... intendiamoci, roba dove venivano muratori e brumisti. S'entrava e si vedevano le botti. In cucina c'era la mamma, che era tanto brava, e noi tutti a servire... Quelle piccole stanzette col tetto basso erano sempre piene di fumo. Ma un giorno entrò Bacchelli, e cambiò tutto ... ". Verissimo. I Pepori hanno sempre saputo, aggiungeva l'intervistatone che senza la presenza affettuosa di scrittori, pittori, giornalisti il loro locale non sarebbe mai diventato famoso. Tutti però erano assai affezionato a quegli artisti squattrinati. Infatti quando nel '36 la trattoria dal 4 si spostò al 14 e i Pepori chiesero ai loro amici pittori di affrescarne le pareti Vellani, Novello, Resentera, Semeghini, Colognese, Steffenini, Palazzi, Morelli aderirono subito. E quando De Chirico, Casorati, Soffici e altri «grandi» passavano da Milano non disdegnavano di lasciare loro un ricordo. In tempi più recenti altri notisìmi pittori come Minguzzi, Spilimbergo, Brotto, Cesetti, Calvani, Egitto,Vemizzi (padre e figlio). Manzi e Luciano Francesconi hanno lasciato più di un loro segno.


TABET

Quando qualche anno fa scomparve Vellani Marchi nelle liste si cimentò il più popolare, modesto e simpatico illustratore italiano, quello che creò l'indimenticabile e bellissimo manifesto di Rossella O'Hara, la protagonista del fílm «Via col Vento», cioè Tabet. Sono molti i frequentatori del locale che chiedono di questo pittore di ritratti bellissimi e lo guardano da lontano mentre cena o discute nella 'sala degli artisti' Accanto gli è spesso Luciano Francesconi, giudice di Bagutta ed estroso geniale artista, noto per i suoi disegni che compaiono regolarmente sul «Corriere della Sera». Fra le tante sale, quella degli artisti, col suo lungo tavolo ad angolo retto, è la più osservata e chiacchierata del locale. E' al centro di quel tavolo che nelle serate di gala vien messo il festeggiato: fra pittori, scrittori, editori, cantanti e amici. Sono molti gli illustri e noti che alla saletta preferiscono le altre e confondersi col pubblico e molti quelli che talora si disputano questo o quel tavolo vicino alla saletta, mentre gli amici dei proprietari, sostano alla tavola dei Pepori, in fondo alla sala a sinistra appena si entra.
Questa tavola è forse la più "exclusive" del locale: vi si incontra sempre un divertente campionario umano: scrittori, pittori, un simpatico vigile urbano, un assicuratore, il fioraio di San Babila... e naturalmente giornalisti e pittori soprattutto di casa.
Come Tabet o Francesconi tutti assidui frequentatori di Bagutta. Meno, però, sempre di Novello che per oltre cinquanta anni frequentò Bagutta consumandovi cena o colazione almeno quattro volte alla settimana incantando tutti con la sua verve. Nato nel 1901 a Codogno era, come diceva sempre Renzo Cortina "rimasto fortunatamente sempre minorenne".

 




Quest'articolo, i posti a tavola e la riproduzione della celebre cartolina di Vellani Marchi sono apparsi sul "Corriere della Sera " del 4 Marzo 1984 sotto il titolo "Politica e Finanza assieme a tavola. L' eccezionale cenacolo nella trattoria degli artisti e dei letterati". L'occasione fu offerta da "L'incontro sul futuro" organizzato dal Presidente della Confindustria.

A ospitare il rarissimo incontro conviviale di tante
personalità alla guida del Paese, è stato - per un curioso gioco di contrasti - proprio il ristorante meno "politico" e più votato invece al fasti dell'arte e della letteratura: appunto, il Bagutta. Curioso, In ogni modo, anche il fatto che Il noto locale dove ci si incontra alla milanese, si mangia alla toscana e si paga alla romana abbia avuto finora per Insegna un altro genere di "cenacolo", che riportiamo qui sotto nella celebre illustrazione "La tavolata- giuria" che nel 1927 diede vita al premio Bagutta era composta da (nell'ordine, da sinistra nella cartolina): Vellani Marchi, Steffenini, Alessandrini, Monelli, Vergani, Bacchelli, Franci, Bonelli Scarpa, Veretti, Niccodemi. Undici in tutto, anche se disposti a imitazione del dipinto leonardesco. La disposizione dei personaggi che componevano la grande tavolata con Pertini non è facile da spiegare, né da identificare.

L'unico nucleo che si stacca nettamente è quello centrale del lato addossato al muro, composto dal presidente Pertini, al centro, con il cardinale Martini alla destra e il ministro Andreotti alla sinistra. Altre "terne " si possono individuare, ma non abbastanza nitide da non poter essere ricostruite con criterio diverso. Di fronte a Pertini, per esempio, c'era Craxi con Merloni a Martini alla destra e Agnelli a sinistra. Ma, se prendiamo come centro Spadolini, abbiamo Tognoli alla sua destra e Merloni alla sua sinistra. L'incontro a tavola, com'era inevitabile, è stato dominato dall'incontenibile spirito di Pertini. Una delle sue battute iniziali, per la verità, è sembrata intrisa di un risentimento espresso dal presidente nella mattinata riguardo alla produzione della celebre cartolina di scarsa presenza di giovani al convegno della Confindustria. La riferiamo perchè , in chiave di facezié, ripropone il desiderio di Pertini, che venga data ai giovani ampia facoltà di partecipazione. Appena entrato in Bagutta, appena salutati i superstiti fratelli Pepori, Mario e Adriano titolari del locale, Pertini spiega a Merloni - che gli è venuto incontro - il motivo del suo ritardo: Sono andato in Galleria, a prendere l'aperitivo con una bella francesina.. E Merloni: "Lasciando qui me con i politici Pertini, a mezza voce: " Tutti bei giovanotti...".

Luciano Visintin

UNA VOCE

Questo ristorante noto in tutto il mondo é, fatto raro, anche una 'voce' di moltissimi dizionari ed enciclopedie. Alfredo Panzini nel suo celebre "Dizionario Moderno" lo definì così: "Premio fondato nel 1927 da giornalisti ed artisti per aiutare il parto di geni giovanili". Obiettiva e distaccata invece la definizione datane dal "Dizionario Enciclopedico Treccani" e dal "Lessico Universale Italiano" edito nel 1969 dalla stessa Fondazione Treccani. A pag. 546 del suo secondo volume si legge:"Trattoria di Milano, ritrovo di artisti, scrittori, giornalisti, molto nota per l' omonimo premio letterario - il primo istituito in Italia - che dal 1927 viene annualmente assegnato a una opera di scrittore italiano contemporaneo da una giuria composta dai più noti frequentatori.

I PIU' DISCRETI

Tra i personaggi che popolano Bagutta i più schivi, discreti, apportati sono i Pepori, gli eredi di Alberto, scherzosamente chiamato dagli amici Pepori I. Lo prendevano un po' in giro, ma nello stesso tempo non sbagliavano. Indubbiamente creò un ristorante e fondò una dinastia semplice, affabile, riservata e consapevole come lui.. Alberto era un uomo tranquillo, sereno, severo coi figlioli, e pieno di una eccezionale operosità e umanità. Sua moglie, nota come la "Sora Giulia", era una donna luminosa e gentile. Anche lei scomparve (nel '56) dopo aver passato trenta e più anni della sua vita davanti ai fornelli.

Notorietà e celebrità raggiunte col ristorante non l'avevano distolta dal suo lavoro. Come il marito poi aveva subito intuito cosa significavano quei primi giovani artisti venuti con e dopo Bacchelli, coi loro discorsi di arte, giornalismo, pittura, scultura. "Era una comitiva fracassona e urlona che molto mangiava e pochissimo voleva pagare" scrisse Orio Vergani ricordando la Sora Giulia il giorno della sua scomparsa (3 agosto 1956: Corriere d'nformazione) "Abituata ad avere in quel buco come clienti i brumisti che facevano posteggio in San Babila, il fioraio che dopo tanti anni è ancora li, fedele, a vendere rose e gladioli e rami di pesco all'ombra dell'antica colonna, e i primi tassisti, la sora Pepori e il marito capirono che i fermenti di quella brigata di oscuri giovanotti meritava affetto e rispetto. E compresero anche che Bacchelli, il quale aveva già scoperto a Bologna il ristorante "Pappagallo", di cucina e mangiare ne sapeva non poco, ma assai.

Davanti ai suoi occhi era passata mezza storia della letteratura italiana, di lei, la Sora Giulia, un po' madre e un po'sorella maggiore, pronta a cancellare il debito di poveri e mai pronta invece ad adulare i superbi. Belle donne, attiiei illustri, attori e scrittori Emma Grammatica e Lucia Bosè giovinetta, la Lollobrigida, ragazzina ignota, Ingrid Bergman col suo viso da studentessa svedese, Marinetti e Carlo Carrà, Lilla Brignone e Diana Torrieri. Marta Abba e Vera Vergani, Renato Simoni e Ciorgio Strehler, Felice Casorati e Giorgio De Chirico, Luigi Pirandello, Dario Niccodemi, Giovanni Papini, Ardengo Soffici, lldebrando Pizzetti, Renato Simoni... tutti erano stati alla sua tavola. Una buona donna che considerava tutti come suoi figli, che voleva bene ugualmente ai suoi fedeli, arrivati o no... Buona notte, sora Giulia... Aveva tirato su una grossa famiglia di figli del suo sangue e un altra famiglia di migliaia e migliaia di baguttiani ... ".

Il suo primo figliolo (ne aveva avuti sei: Natale, Enzo, Italo, Adriano, Mario, Felicita) diventò Pepori II. Natale era affiancato da una straordinaria moglie,la sora Bianca che prese d'istinto il posto della "sora Giulia". Ancora oggi sta in cucina, prepara i suoi piatti e sovraintende a tanti lavori (ha avuto nell'84 l'Ambrogino d'oro la massima distinzione che il Comune di Milano dà ai suoi figli più laboriosi o meglio a coloro che hanno fatto grande la metropoli milanese). Ha sempre molto lavorato anche Enzo, un altro straordinario Pepori, che aveva un debole per la pittura e per i cavalli, uomo simpatico e generoso che nominato cavaliere ebbe l'onore di vedersi anche effigiato in una famosa lista da Mario Vellani Marchi. Oggi il locale è diretto da "Pepori III" che sono poi due, Adriano e Mario, i quali piuttosto di dedicare la vita alle loro lauree 'in medicina e farmacia hanno preferito dedicarla al loro adorato locale per far proseguire la bella e straordinaria favola di Bagutta. Dove, fra l'altro, tengono anche viva la passione dello scopone (con quattro carte in tavola). Adriano e Mario sono infatti appassionati giocatori. Di solito giocano a pomeriggio inoltrato o la sera, dopo le ventitrè. Loro compagni di gioco sono spesso Mario Soldati e pochi altri eletti tra cui i giornalisti Antonio Dini e chi ha ideato scritto e curato questo libretto.

Corrado Pizzinelli

(english) - (deutsch)




" (The Restaurant)" Il Ristorante // Trattoria